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30.07.2009

La Notte

 

La notte, a volte, Caterina si sveglia e pensa che sia troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Sono dieci anni che vuole smettere di fumare, e non ci riesce. Quindici che si vuole mettere a dieta, e non ci riesce. E poi decine e decine sono gli altri pensieri che la soffocano, mentre suda fra le lenzuola in cotone nel mese più caldo dell'anno. A volte ha la nausea, altre piange, altre ancora si sente normale. Poi si guarda allo specchio e vede quella linea, sotto l'occhio, che le ricorda che lei; anche quando vorrebbe solo scappare.

 

 

scritto da Shake166 alle ore 19:44 commenta    leggi commenti (0)

30.11.2007

Low Tide

 
 
Crocifissa pensa che l'inverno passi sempre;
anche da quando le hanno spiegato che l'inverno non esiste più.  

scritto da Shake166 alle ore 10:34 commenta    leggi commenti (4)

23.11.2007

Questo è il momento

 
Vincenzo si è chiesto stamattina, mentre si faceva la barba, se c’è un limite di sofferenza che ognuno deve provare e dove può trovare il confine con questo limite. Se lo è chiesto mentre si spalmava la crema Gilette Series sulla faccia, aspettando che il gel diventasse schiuma bianca, morbida, profumata. Si è chiesto poi perché non è mai felice e, anche quando si avvicina, c’è sempre qualcosa che annebbia lo sguardo e le labbra; come se il suo destino fosse un altro. Vincenzo quindi ha pensato che il suo destino non esiste e si è concentrato sul Portaborse; guarda Nanni Moretti quando si sente a pezzi. Gli è venuto in mente Sartorio quando dice mi piacciono i finali tristi.
    Assomigliavano alla sua vita.
Nello stesso momento, quello in cui la crema iniziava a montare, Carla è entrata al bar sotto casa sua. Ha detto buongiorno e, come tutte le mattine, nessuno l’ha salutata. Si è seduta al tavolino in fondo alla sala, quello con la tovaglia bruciacchiata al centro, ha ordinato caffé macchiato e acqua frizzante. Ha aperto svogliatamente la biografia di Proust, ma l’ha richiusa subito. Si è alzata. Da due anni a questa parte, quando è in città, Carla fa colazione al bar sotto casa sua. Prende un caffé macchiato, un bicchiere d’acqua frizzante – che il barista rigorosamente le porta naturale – e un cornetto alla marmellata. Stamattina Carla, mentre Vincenzo pensa al bacio di troppo, percorre con le mani in tasca lo spazio fra il tavolino in fondo alla sala e la vetrina con le paste e si ricorda di una madre che aveva spezzato le gambe al figlio bambino quando stava imparando a camminare. Una volta davanti alla teca, Carla allunga la mano per afferrare il cornetto alla marmellata. Il suo gesto meccanico è involontariamente deviato da un altro pensiero. Carla afferra il croissant al cioccolato e in quel momento cambia tutto.

scritto da Shake166 alle ore 12:02 commenta    leggi commenti (4)

22.11.2007

Acqua calda

  

 

 

Carla aspetta da due giorni una telefonata. Prima c’è stato il brutto tempo, poi la neve, poi il sole, poi freddo e poi ancora più freddo. Carla è rimasta lì, con i suoi occhi davanti al telefono fisso – un vecchio Telecom grigio con la rotella centrale  – a pensare prima ai cambiamenti delle stagioni, poi a quelli dei telefoni e poi ai suoi, di cambiamenti. Si è convinta, ad un certo punto, di essere lei stessa un telefono e adesso Carla sta aspettando di mettersi a suonare.

Pochi minuti fa si è chiesta chi risponderà, nel caso.


scritto da Shake166 alle ore 14:36 commenta    leggi commenti (3)

19.11.2007

Ma le conseguenze?

 

 

"Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: ossia, le azioni di due corpi sono sempre uguali tra loro e dirette verso parti opposte" Accade sempre così con le parole «forti», quali reazione o energia. Come scrive Starobinski in questo libro (“Azione e reazione”, trad. di Carmelo Colangelo Quella descritta sotto è la forma estesa del noto principio di azione e reazione a cui viene anche dato il nome di terza legge di Newton. La legge di azione e reazione è una legge importante della Fisica. Essa si basa essenzialmente sul potere creativo dell’uomo. Secondo tale legge ad ogni Libro di Alfano Miglietti Francesca,Nessun tempo nessun corpo. Arte, azioni, reazioni e conversazioni,Skira. I KPI devono portare ad azioni migliorative/correttive su base continuativa. L’efficacia dei KPI è legata alle azioni/reazioni che questi Grazie ad un setup di azioni/reazioni è possibile ad esempio prevedere delle situazioni “iniziali” (se un sensore o una telecamera rilevano movimento,Va rilevata a questo proposito l’azione del colore liquido che agisce sul .... ad istintive azioni-reazioni adeguate allo status interiore della persona, Per quanto riguarda il principio di azione-reazione, magari potrebbe interessarti a riguardo la critica al principio di causalità avanzata da David Hume in un training fisico necessario per la stimolazione di azioni/reazioni da soli o nel gruppo sempre con la coscienza dello spazio e della sensualità. Mi prefiguro l’azione che raccoglie il frutto di altre azioni, di reazioni. Cos’è quel frutto? E’ informazione. E’ energia. Cos’altro? ...

scritto da Shake166 alle ore 11:13 commenta    leggi commenti (0)

10.11.2007

Birra

 

FamLibri, nella "persona" di Ivano Bariani, e la redazione di Eleanore Rigby hanno organizzato la prima Bagarre Internazionale Riviste Alternative dal 7 al 11 novembre a Perugia. L'evento, sponsorizzato da Umbria Libri, vedrà la partecipazione di numerose - circa 50 credo - riviste, conversazioni sui libri, interventi e cose così. Domani tocca anche a me. Insomma, Birra !

birra
http://www.birrariviste.it

scritto da Shake166 alle ore 19:04 commenta    leggi commenti (4)

09.11.2007

Dove vivo?

 

Lo StronzoIn un paese dove la benzina è al massimo storico, la produttività (industriale e demografica) è in calo, dove gli extracomunitari sono cittadini di serie A (e gli italiani di serie B) e se un ubriaco mi ammazza va agli arresti domiciliari mentre io me ne resto sotto la terra a farmi divorare dai vermi.


A volte sembra che le cose abbiano un'altra lettura e acquistano, queste cose, un valore esagerato. Sembra così che una persona stupida dica cose sensate perché, a noi, sembrano sensate le cose che dice. Ci sembrano riferimenti precisi e puntuali, quelli che dice e non frasi prese a caso e mescolate. A volte mi piace leggere i blog degli altri e colgo dei riferimenti intelligenti. Poi mi accorgo che non ci sono. O forse ce ne sono altri che non riesco a cogliere perché sono io la stupida. Il fatto è che preferirei vendere un occhio, anzi regalarlo, che vedere quello che c'è dietro P.

scritto da Shake166 alle ore 10:35 commenta    leggi commenti (1)

06.11.2007

Premessa e Svolgimento

Premessa

Dedico questo racconto, che si chiama “la costellazione familiare spiegata a mio fratello” a mio fratello che evidentemente non è qui e che non lo leggerà mai visto che l’ultimo libro che ha letto, circa dieci anni fa, tenete conto che ne ha quindici, è il primo che ho letto anche io e si chiama “I tre allegri porcellini vanno a Babele”. Un libro strano, di quelli che raccontano di tre porcellini che non vogliono diventare salsicce e allora scappano in un mondo di vegetariani e poi scoprono che è meglio diventare insaccati che essere trattati con falso rispetto, un po’ come i negri. Credo, ma lo credo adesso, che fosse una metafora quella dei porcellini ma non ho estremi per dirlo con sicurezza. Dovrei rileggere il libro, ma credo che mia madre lo abbia buttato. In ogni caso dedico questo racconto a lui, nella speranza che se lo legga e non faccia come con il mio romanzo che non ha letto per due motivi, a quanto ho capito. Uno: perché l’ho dedicato ai miei genitori e non a lui. Due: perché era troppo lungo. Certo, meglio di alcune mie amiche che mi hanno detto “Guarda Flavia, io lo leggerei anche, ma costa quanto sette numeri di Cosmopolitan, è molto più breve e non mi insegna cosa mettermi per andare in discoteca”.

La costellazione familiare spiegata a mio fratello

A mio fratello.

“Il primo figlio crescerà sempre in modo privilegiato” lesse a voce alta Ottavia. Pensò per qualche minuto se continuare o meno con l’articolo, concentrandosi sulla fotografia a tutta pagina: un neonato e un bambino di cinque, forse sei anni, dentro una vasca da bagno. Una donna, presumibilmente la mamma, visto che ormai anche le baby sitter erano diffidate dal vedere i bambini nudi, massaggiava le spalle a quello più grande che sorrideva. Il più piccolo stava quasi affogando, ma che importanza aveva? Lui era arrivato secondo.
Si ricordò di quando era bambina e poi girò subito la pagina, da quando aveva ricominciato a prendere lassativi aveva un sacco di tempo per leggere. Era addirittura stata costretta a mettere davanti al water un piccolo scaffale, di quelli smontabili che vendono all’Ikea. L’aveva comprato in promozione con suo padre e si era giustificata dicendo che le serviva per mettere in ordine le musicassette perché, benché ormai non ne ascoltasse una da anni, le sembrava uno spreco buttarle. Nelle dieci pagine successive c’erano foto di bambini grandi, o almeno decisamente più grandi degli altri bambini nella foto, che primeggiavano in qualcosa. Un decenne biondo tagliava, con netto anticipo, il traguardo di una pista da corsa; una ragazzina nera – Ottavia pensò, per la precisione, negra – mangiava tre lecca lecca contemporaneamente; un giovanotto si lanciava da un trampolino più alto e cose così. Scaraventò la rivista contro la cabina della doccia e si ripromise di non comprarla più. Quindi andò in cucina e prese il pancarré - le piaceva quello tutto bianco, senza i bordi, detestava i bordi -, taglio un pezzo di salame e solo quando stava avvolgendo il panino con lo scottex - non le piacevano i tovaglioli e poi costavano di più - si ricordò di non essersi lavata le mani. Fece finta di niente, anche se continuò a pensarci per tutto il tempo; mentre mordeva, masticava, deglutiva. Si ricordò di uno che, durante il Grande Fratello, aveva detto di essersi preso la mononucleosi perché non si era lavato le mani prima di mangiare, ma quello, si corresse poi, aveva la faccia da scemo, scriveva poesie e sembrava un secondogenito. Fu tentata dal chiamare suo fratello, che viveva in un monolocale a Prato, per comunicargli la sua inferiorità; poi penso che vivere a Prato era di per sé una punizione. Ripiegò su sua madre, che stava preparando la macedonia di frutta e le disse che era troppo occupata, stava sbucciando una banana. Sconsolata andò in bagno e iniziò a pettinarsi i capelli. Da quando era stata dal parrucchiere, la settimana prima, era ossessionata dai suo capelli. Spesso si sorprendeva mentre passava la mano sotto la cute, per controllare che non ci fossero spazi vuoti; indagava perfino che non si stesse formando la piazzola, quella che avevano tutti gli uomini della sua famiglia; contava maniacalmente tutti i capelli che restavano dentro la spazzola, li contava uno per uno mentre li lasciava cadere nel lavandino. Era così che si diventava secondi? Forse sì, contando tutto quello che arriva dopo con la paura che poi, un giorno, capiti anche a te.
Guardò l’orologio, aveva tre ore prima dell’arrivo della donna delle pulizie. Era una bulgara con una cicatrice tonda sulla mano destra, aveva detto a Ottavia che se l’era fatta con il forno. C’era tempo allora per mettere avanti l’orologio di cinque minuti, sfogliare lo speciale Marie Claire sugli accessori e mettere i post-it colorati sui futuri acquisti, stendere la crema auto-abbronzante sul collo e sulle mani, controllare sul televideo i programmi della sera.
Prima si sedette sulla poltrona di pelle del soggiorno, poi si distese sul letto e giocò con la luce del lampadario. La guardava fissa oppure l’accendeva e la spegneva fino a quando non le bruciavano gli occhi. Ma mancavano ancora due ore e trentasette minuti, allora decise di mettere lo smalto rosso, ma le sembrava troppo rosso e lo tolse, ripiegò su uno trasparente, ma i contorni di quello rosso continuavano a restare e allora si mise nuovamente quello rosso, passandolo due volte per farlo diventare veramente rosso. Si ricordò di un’amica che aveva al liceo e che portava lo smalto dello stesso colore. Quando si presentava diceva “Ciao, sono Giovanna e anche se ho lo smalto rosso so cucinare e ho il cervello”. Era convinta che gli uomini pensassero che, se hai lo smalto, pensi solo alle mani, che non si screpolino, e alle unghie, che non siano mai nere sotto, che non abbiano le pellicine e cose così. Le venne in mente un fumetto che aveva disegnato un suo vecchio fidanzato, l’eroina era proprio Giovanna e il titolo era “Le difficoltà di mantenere un contegno con lo smalto rosso” anche se tutti, quando se lo passavano durante le ore di filosofia e storia, lo chiamano SS, che stava per Super Smalto. Rise pensando a Giovanna che, per non farsi vedere lo smalto rosso, portava sempre i guanti di pelle. Faceva proprio così e chissà dove era finita ora.
Quando lo smalto si asciugò - ci mise circa dieci minuti, mentre lei continuava a soffiarci sopra - andò in cucina e prese dal thermos un po’ di brodo. Aveva letto su Ok Salute che bere il brodo fa bene e allora tutti i giorni metteva a bollire l’acqua sul fornello insieme a un dado Star e poi la versava nel thermos. Nell’ora successiva si affacciò alla finestra, cercò una maglietta che non trovava da mesi e che non trovò, bevve mezzo litro d’acqua contro la cellulite e provò a fare un gioco che la ossessionava fin da quando era bambina: non doveva pensare a parole con riferimenti, anche vaghi, a persone nere – anche questa volta pensò negre – e asiatiche – pensò gialle. Nonostante l’impegno, non ci riuscì. Se guardava il televisore lo schermo era nero, se entrava nel bagno questo puzzava. Ormai fare quello svago era impossibile, la vita era piena di infiltrazioni, come quella che aveva avuto all’occhio mesi prima, e non poteva farci niente. Non esistevano pomate. Era questo il prezzo da pagare per avere la macchina sempre piena di fazzolettini e un accendino in ogni borsa.
Poi si trovò un’occupazione, trascrivere i nomi dall’agenda vecchia a quella nuova, per far vedere alla donna delle pulizie che lei era una che non aveva tempo da perdere. Quando lesse Costantino, le ci volle un po’ a capire chi fosse. All’inizio le venne in mente quello della televisione in una posa plastica. Mentre indugiava sui muscoli anfetaminici, si ricordò che era il fratello minore di Maria Carlotta, la sua migliore amica al liceo. Maria Carlotta aveva un cavallo e, proprio come la sua bestia, la cosa migliore che era in grado di fare era nitrire. Il fratello, il cui nome era stato deturpato da un’angosciante sovraesposizione mediatica, assomigliava a Gene Wilder quando faceva Willy Wonka. Stessa espressione ebete, stessi capelli ricci e movenze da clown. Anzi, era identico a Gene Wilder quando faceva il fratello di Sherlock Holmes in quel B-movie d’epoca vittoriana che aveva visto al Circolo del Cinema un paio di anni prima. Detestava andare al cinema, trovava faticoso per gli occhi stare così tante ore al buio a fissare una cosa luminosa e in movimento, ma lo faceva perché tutti quelli del club ci andavano. Aveva trovato quel film inutile e aveva deciso, ma solo per il titolo, di regalarlo a suo fratello. Si ricordò della pazienza che ebbe per trovarlo. Cercò in tutte le videoteche della città per poi lo comprarlo su internet a prezzo scontato. Quando lui vide il pacchetto giallo, pensò che fosse un’altra fotografia. Ottavia adorava regalargli le foto d’infanzia, le disponeva in cornici d’argento cui dietro faceva incidere considerazioni, pensieri, aforismi. Alberto aveva un’intera teca con i loro ritratti. C’era quella dove erano distesi sul letto e Ottavia sorrideva mentre lo affogava con il cuscino e dietro cui era scritto dormi bene. Quella con Alberto, neonato, che guardava disperato Ottavia mentre lei mangiava il suo omogeneizzato. E poi quella al mare, con Ottavia che distruggeva il castello di sabbia; quella dove Ottavia era abbracciata a mamma e papà e Alberto compariva, sfocato, lontano; poi c’erano anche i fotomontaggi, ma quelli avevano la cornice laccata e Alberto che partiva nello spazio con Laika, che lottava a Pechino davanti ad un carro armato e cose così.
La più inquietante era la foto di una maniglia. Non era niente, se non per loro. Alberto era stato chiuso, legato ad una sedia, nella stanza dietro quella maniglia, al buio, per cinque ore. Aveva quattro anni. La frase incisa dietro era non è finita.
Prese il pacchetto e lo scartò e fu tanta la sorpresa quando dive che era un dvd, Il fratello più furbo di Sherlock Holmes. Ottavia era felice e solo dopo un paio di giorni, quando era sicura che lui avesse visto il film, lo chiamò. Prima gli chiese del lavoro, della fidanzata e dalla casa, poi si informò se gli era piaciuto – anche se, in verità, non le importava – e chiese come si sentiva a essere anche lui un fratello minore, uno di quelli a cui i più grandi affidano i casi per copertura. Alberto allora aveva balbettato qualcosa e Ottavia, prima di attaccare, aveva riso forte, come faceva da bambina dopo avergli fatto un dispetto. Quel ricordo la fece stare bene e, per un momento, si dimenticò di quando Alberto, il giorno dopo, le spedì il dvd a casa con la critica di Mereghetti che spiegava come il film fosse la rivincita dei secondogeniti. Alberto aveva anche aggiunto a penna, dietro il foglio, che tutti, in famiglia, eccetto lei, preferivano i secondi piatti ai primi. Aveva, a fatica, cancellato quel ricordo e quando si era resa conto che stava ritornando – le guance iniziavano a scaldarsi – si concentrò sulla donna delle pulizie, che presto avrebbe suonato. Un paio di mesi prima, ne aveva un’altra. Era una rumena che portava la cuffietta in testa e le scarpe ortopediche. L’aveva licenziata con una telefonata, che l’aveva sorpresa mentre toglieva i capelli dalla sua spazzola. Ci aveva pensato dei giorni, se licenziarla o meno, e poi aveva deciso di prendere una bulgara, che da quando la Romania era entrata nell’UE Marianna, così si chiamava, aveva cominciato a sentirsi una persona civile.
Iniziò a leggere l’articolo. I primogeniti, diceva, secondo studi dello Science e dell’Intelligence hanno un Qi superiore, sono più furbi e più svegli dei loro fratelli grazie agli anticorpi che aggrediscono i feti successivi al primo, alle maggiori cure dei genitori e cose così. A Ottavia sembrava assurdo, ma pensò ad Alberto e mentre componeva il numero del monolocale di Prato, zona Huang, dove i cinesi erano la maggioranza assoluta, lo immaginò a discutere del prezzo di una borsa falsa o di un paio di scarpe tarocco da regalare alla sua fidanzata nata e cresciuta a Prato Porta al Serraglio. Prima che il telefono squillasse però attaccò e, guardando quel neonato nella vasca che stava per affogare, le venne in mente la favola che le raccontava sempre sua mamma quando era bambina. “Vedi, le famiglie sono come le costellazioni. C’è la nostra, quella del tuo amico Marcello e di Camilla. Ogni bambino ha una sua costellazione dove brilla, vicino ai genitori e ai fratelli, come una stella grande e non ci sono stelle più grandi delle altre, ma sono tutte uguali. Le stelle stanno sempre vicine e se una si allontana o brilla di meno, le altre si sacrificano, si tolgono un po’ di luce o si tagliano un pezzetto per far brillare quella che sta male”. Già pensò Ottavia, mentre si stava versando un po’ di brodo. Le famiglie sono come le costellazioni disse ad alta voce. Poi aprì la finestra e lasciò che il brodo, caldo, si schiantasse contro la strada.

scritto da Shake166 alle ore 18:49 commenta    leggi commenti (7)

05.11.2007

Coming Soon

Ho avuto una crisi mistica a otto anni. Vedevo intorno a me morire le marmotte. Le persone ammazzavano le marmotte come fossero le zanzare dell’estate. Mia mamma ne aveva investite tre e con la coda di una si era fatta una specie di portachiavi che diceva essere un portafortuna, mentre a me faceva solo schifo. La crisi mistica consisteva nelle marmotte che mi parlavano in continuazione. Certo, i bambini parlano con gli animali, lo sanno tutti, il problema è che a me parlavano le marmotte morte, quelle delle pellicce delle vecchiette in Chiesa e pure le carcasse dentro i tombini. Come sono uscito dalla crisi secondo voi?

scritto da Shake166 alle ore 21:59 commenta    leggi commenti (8)

02.11.2007

Tu che fai?

Credo, sai, che la poesia e la narrativa, le storie in sé, e più in particolare le parole, siano proprio come sport. E credo che sia bello che tu dica praticare. Perché le parole si amano come si amano le cose belle. E le situazioni che si avviluppano intorno a loro, che ruotano intorno alla punteggiatura, alla sospensione della voce che, a volte, è anche quella del pensiero; sì, credo che possa essere il fiato rotto dopo una corsa, la frenesia nelle braccia quando stai per prendere una palla, e non puoi sbagliare, perché sbagliare sarebbe un delitto.

Però, a me non piacciono gli sport. Mi piacciono le parole, le storie, forse anche le poesie. Le odiavo, fino a poco tempo fa. Non mi piace il lirismo, lo odio, non mi piace il compiacimento. Questo no, e non mi piace muovermi. Mi piace il silenzio, quello dei piedi dentro le ciabatte, ma possono essere anche le scarpe da ginnastica, quello non mi importa, che stanno fermi e il loro unico agire è al riparo dallo sguardo, nel calzino, e consiste in un leggero, impercettibile, alzare pollice, mignolo, medio. E, se devo essere sincero, non mi piace neanche chi pratica lo sport. Sono troppo atletici per me, mi sento piccolo.

Sì, non mi piace parlare di quello che leggo – e più in generale di dove sono, di cosa faccio e di cosa vorrò fare. Certo, lo faccio, ma a volte vorrei fare come Calvino, ma lui era Calvino, e mentire. Allora sarei un povero scemo che mente, ma a volte lo faccio perché, non perché ho qualcosa da nascondere, o forse sì, ma solo perché non mi va di dire cosa faccio, dove sto, cosa voglio fare e dove voglio andare. Mi piace stare da solo, ultimamente. E detesto il telefono. Non rispondo né alle telefonate né ai messaggi, leggo poco la posta. L’unica cosa che faccio è vedere film e documentari. Stamattina ne ho visto uno su Pasolini e mi è venuta voglia di scappare dall’Italia perché le cose non sono cambiate e l’Italia è piccola, ma non geograficamente.

Un paio di giorni fa mi è tornato in mente Fuochi, il saggio di Carver sulla scrittura. Stavo cucinando una frittata con le zucchine e mi è sembrato strano vedere il gas sotto la padella che riscaldava l’olio. Ecco, io credo che tutto quello che leggo mi influenzi allo stesso modo, più o meno direttamente, di quanto ogni singola fiammella abbia contribuito a riscaldare quel olio in cui avrei messo l’uovo, il sale e le zucchine. Mi influenza l’articolo che leggo sul letto, l’istruzione per fare il risotto in busta, perfino la conversazione con il barista sotto casa anche se lì la parola è detta e non letta. Gli influssi sono dalla vita e dai libri, a volte più dalla prima che dai secondi, altre più dai secondi che dalla prima. Ma se mi chiedi chi sono gli autori che non smetterei mai di leggere, quelli che mi fanno piangere quando raccontano di come sia difficile prendere un treno a Trapani, allora è diverso. Ma lì non è questione di influssi, è di piacere che si parla e anche se l’influenza è leggera per me ha tocco velato, così velato che custodisco i nomi di quelli che mi ammalano con pietà e devozione. 

scritto da Shake166 alle ore 11:12 commenta    leggi commenti (1)

02.08.2007

Limitare i danni

Un racconto iniziato e mai finito.


"Le africane sono tutte puttane. Lo sono da bambine, da quando si rendono conto di avere le labbra grosse e il sedere alto, prima che crolli e diventi maceria. Guarda quella. Avrà sei, sette anni. Si è messa le mutande nel sedere, tipo fossero un perizoma inventato sul momento, che lo sai che gli africani visto che vivono nella miseria sanno fare tutto. Tutto con le mani. Guarda come cammina, come sculetta. Chi glielo ha insegnato secondo te? Per me la madre".

Annuisco. Ho mal di testa. Carlo parla a macchinetta e sento caldo. È come se mi sparassero in faccia laria bollente del phon senza pause. Mi fanno male anche i piedi. Si sono gonfiati e adesso non mi entrano più le scarpe. Neanche le infradito di gomma che ho preso al mercato due giorni fa. Luomo che me le ha venduti aveva i capelli ossigenati e una canottiera macchiata di inchiostro. Carlo prende dal frigo un pezzo di salmone. Lo annusa e poi lo butta sul tavolo. Prende un pezzo di pane e inizia ad affettarlo. Spengo la televisione. Penso a Niko.

"E poi questi documentari. Dico, questi documentari che significano? Poi te li sparano sempre dopo pranzo, quando la gente è rilassata che tiene la pancia gonfia. E poi, che me ne fotte a me? Cè lAfrica, i morti di fame, la gente che muore di aix, le femmine che allattano i bambini. E poi? Ma non ci pensano che noi stiamo messi peggio?"

Provo a chiamare, ma il telefono è staccato. Allungo il braccio e prendo una sigaretta. Laccendino sta, insieme al limone, sotto al tavolo. Lo pulisco dalla polvere e accendo. Mi viene da vomitare. Carlo si fa il panino con il salmone, mangia solo salmone da quando è tornato per un lavoro dalla Francia. Dice che fa chic. A me sembra tanto Biafra degli arricchiti. Oggi cè la Tramontana. Tutto è colorato di rosso, mi sembra di avercela anche negli occhi la sabbia rossa, che poi non è tanto male. Almeno se piango non se ne accorge nessuno. Provo ancora a chiamare Niko. Avrei voglia di fare lamore con lui. Ma



scritto da Shake166 alle ore 17:47 commenta    leggi commenti (4)

06.07.2007

Taranto Vecchia







A Taranto Vecchia, verso il Mar Piccolo, ci stanno i pescatori. Se ti vedono passeggiare ti guardano, per capire chi sei. Hanno le mani che sanno di pesce. Lo sguardo è mare.

Seduta sulla panchina della discesa cercavo l'onda che si mangia l'onda. E pensavo alle persone, che come la sabbia si mischiano e sempre uguali restano.



scritto da Shake166 alle ore 18:15 commenta    leggi commenti (1)
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